02 giugno, 2009

Forma e sostanza




Alla Galleria dell'Accademia è stata da poco inaugurata "La perfezione nella forma". Robert Mapplethorpe in novantuno fotografie a confronto diretto con il Michelangelo del David e dei Prigioni.
Nel comunicato dei curatori si legge tra l'altro che il paragone è fondato su:
"...la ricerca di equilibrio, correttezza e nitidezza insita nella ‘Forma’ che tende alla perfezione attraverso il rigore geometrico dei volumi definiti dalla linea e scolpiti dalla luce. Dalle dirette parole di Mapplethorpe emerge esplicitamente il suo pensiero in merito:“Cerco la perfezione nella forma...Un soggetto piuttosto che un altro non fa differenza. Cerco di catturare quello che mi appare scultoreo”.
In questo senso esiste, e la presente mostra lo propone, un ragionato confronto tra Mapplethorpe e Michelangelo. ".
Al confronto Michelangelo-Mapplethorpe Francesco Bonami dedicava un capitolo (intitolato "Ammappelthorpe!") del suo libro "Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte", nel quale tra le altre cose scriveva:
"La sua fotografia viene paragonata ai disegni di Michelangelo. Ma non esageriamo. Oppure esageriamo pure, se così ci pare, ma non trasformiamo i derivati in materie prime, lo starnuto di un attimo nell'urlo del tempo. (...) Se però vogliamo proprio accostarli, si può dire che il percorso creativo dei due artisti è inverso. Il primo parte da uno stile classico per arrivare a una scultura quasi espressionista ante litteram. Il secondo prende avvio dalle espressioni del sottosuolo per arrivare a fotografie iperclassiche (...) Le immagini in bianco e nero (...) sono dei Michelangelo canovati o meglio ancora dei Canova zeffirellati".
Le foto di Mapplethorpe sono perfette, c'è poco da dire, ma le irriverenti definizioni di Bonami a me sembrano calzanti. E l'accostamento dei due artisti effettivamente stride, perché se dalle sculture di Michelangelo tensione e forza premono per uscire, nelle immagini di Mapplethorpe risultano congelate, cristallizzate: non tanto per naturale conseguenza del mezzo, quanto per le scelte tecniche e stilistiche.
Però tutto questo lo dico sottovoce, ché già a Firenze è raro che succeda qualcosa di artistico e una volta che c'è un evento interessante criticare pare brutto. E un po' anche per riguardo a Patti Smith che era all'inaugurazione, e io a vederla da vicino mi sono com-mossa e delle foto che le ho fatto non ce n'è una che non sia mossa.

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14 febbraio, 2009

Il segno inspiegabile

fotografie di Maurizio Buscarino

"Il teatro è il luogo rituale e strategico dove qualcosa è chiamato dall'ombra a riaccadere in luce. Il teatro della Fortezza è teatro. Il mito è la Colpa. La domanda è di perdono. Il segno inspiegabile è la dignità, l'oscura nobiltà di ognuno."
Maurizio Buscarino, "Il segno inspiegabile", ed.Titivillus 2008
Non molto tempo fa vidi sul giornale la notizia di una mostra di fotografie di teatro nel foyer della Pergola. Chiamai per sapere l'orario di apertura e mi fu detto che era visibile solo per il pubblico degli spettacoli. Di andare a teatro non avevo voglia ma non mi arresi, e una sera che passavamo davanti al teatro decisi di entrare facendo la gnorri e chiedere se era possibile vedere la mostra. Una persona gentile ci disse di attendere l'intervallo, a cui mancava una decina di minuti. Al momento di salire nel foyer qualcuno del personale del teatro ci guardò perplesso, ma a quel punto era fatta. Le prime foto che mi trovai davanti furono degli enormi ritratti di uomini a torso nudo, alcuni dei quali tatuati, ognuno con un coniglio in mano. Un bianconero bellissimo, neri profondi e leggibili in ogni dettaglio, bianchi di avorio luminoso. Una luce morbida contrariava il carattere dei volti vissuti e faceva brillare angelicamente i loro occhi.
Conoscevo il lavoro di Maurizio Buscarino ma non lo avevo mai visto dal vivo. Questi suoi ritratti aprivano la mostra, che proseguiva nel foyer con i lavori di altri fotografi dei quali, onestamente, non ricordo nulla. Il confronto era impari, troppa la forza di queste immagini. Sono tratte da un lungo lavoro sul teatro nelle carceri, in particolare sulla Compagnia della Fortezza di Volterra, e si ritrovano in questo libro. Il coniglio è Abele ovviamente, tra le mani di Caino.

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01 gennaio, 2009

Ancora sul valore dell'Arte

Jackson Pollock n. 5 , 1948
"A prima vista si potrebbe pensare che questo artista dipingesse a casaccio, ma non era così. Come un cercatore di funghi, Pollock seguiva un percorso spirituale, un istinto, una direzione precisi, sapendo benissimo quando era giunto il momento dell'ultima goccia da lasciar cadere sulla tela distesa sul pavimento. Guardando oggi le tele di Pollock non si ha mai la sensazione di caos ma di quella stessa energia che si percepisce osservando una galassia o il sistema venoso del corpo umano.
...Ma perché un suo dipinto è oggi il quadro più caro del mondo? Forse perché un'opera di Pollock non è solo un pezzo della storia dell'arte, ma anche un pezzo di tempo esploso all'improvviso. Possederlo è come riuscire a comprare le impronte degli zoccoli del cavallo di Napoleone sul fango di Waterloo, l'inchiostro fresco della penna di Dostoevskj o, magari, una delle nuvole di fuoco uscite dalle Torri Gemelle l'11 settembre.
Aggiudicarsi un quadro di Pollock vuol dire comprare l'impossibile, il momento, l'istante. Non è il dipinto che ha valore ma il fantasma dell'artista che pare essere ancora lì, in piedi sopra la tela.
Allora, forse, 140 milioni di dollari non sono tanti per portarsi a casa l'anima di uno dei demoni dell'arte del Novecento, per avere davanti agli occhi, per sempre, quello che Pollock vedeva e creava, sotto le sue scarpe, in un istante."
Francesco Bonami, "Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte", Mondadori 2007

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